Natale, la Vigilia

Pubblicato: dicembre 24, 2010 in Uncategorized

Era la vigilia di Natale. Dovetti rassegnarmi ad uscire perché in frigo non mi era rimasto più nulla di commestibile. Avevo sottovalutato la frenesia natalizia: il supermercato vicino casa strabordava di vecchiette impellicciate che si strappavano di mano l’ultima scatola di ravioli. Tirai diritto. Passai in mezzo alla nuvola di grasso che fuoriusciva da un kebab turco e mi resi conto di non avere affatto fame, al contrario, provavo una specie di nausea che sembrava scaturire non dal mio stomaco ma da ogni singola cellula del mio corpo.

Continuai a camminare. Non sapevo bene dove stavo andando. Finché un tuono lacerò l’aria. Sottili graffi di pioggia cominciarono ad apparire sui parabrezza della auto in sosta. Mi strinsi nel cappotto e m’infilai nel metrò. Allora notai l’ora: erano quasi le quattro, avevo camminato senza meta per più di tre ore, a stomaco vuoto.

Non mi sentivo stanco ma pensai che forse sarebbe stato saggio rientrare a casa. Passai l’abbonamento magnetico sul tornello con la noncuranza che è propria dei pendolari. Proprio sopra le scale che conducevano ai treni era appeso un enorme cartello pubblicitario: una splendida ragazza, (s)vestita in modo molto provocante, ammiccava ai passanti.

Accanto alla bocca carnosa, che scopriva appena i denti bianchi, il logo di una celebre marca di intimo femminile. La gigantessa del sesso accoglieva i passanti prorio sotto le sue cosce. Un immagine studiata a tavolino nei minimi dettagli. Avrebbe dovuto suggerirmi pensieri erotici. E invece aumentò la mia nausea. L’idea di dover camminare sotto quel corpo enorme, con i seni schiacciati nella carta e la pelle renderizzata al computer, mi risultava insopportabile. Non potevo distogliere gli occhi dal quello sguardo falso che sembrava volermi comprare ad ogni costo. Ero come paralizzato. La gente mi veniva addosso, mi urtava, mi malediva.

Feci per tornare indietro, ma andai letteralmente a sbattere contro un tizio con un giubbotto enorme e l’aria decisamente poco rassicurante.

-Che fai? Mi vieni addosso? Mi vieni addosso apposta?-

- No…no, mio scusi, io…- mi prese per il bavero – Tu mi manchi di rispetto. Lo sai cos’è il rispetto, eh? Lo sai o no?- Gridava. Il suo fiato puzzava di alcol e di notti insonni.

- LO SAI O NO?-

-Rispetto, sì, lo so, so cos’è il rispetto, il rispetto è un sostantivo maschile singolare, ma non chiedermi oltre, non chiedermelo perché ne ho poca, molto poca di esperienza sul rispetto, posso dirti quel che mi hanno detto, mi hanno detto che rispetto è far sedere una signora anziana sul treno senza ascoltare i suoi ringraziamenti, rispetto è rispettare le code senza chiederti perché cazzo le stai facendo, rispetto è pagare le tasse senza chiederti dove vanno a finire i tuoi soldi, rispetto è salutare i conoscenti senza sapere come si chiamano, rispetto è…-

- Ma che cazzo stai dicendo?-

Si avvicinò un uomo in divisa. -Tutto bene?- chiese

Rispetto è rispondere all’autorità.

- Tutto bene.- risposi. Tolsi la mano dell’energumeno dal mio bavero e m’infilai giù per le scale, tra le cosce della lussuriosa gigantessa di carta.

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